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Stamattina, ringraziando tutto il ringraziabile, mi sono svegliato. A San Francisco, dice uno sguardo dietro la tenda, c’è un cielo blu cobalto che pare non avere fine, anche se c’è freddo abbastanza (la stanza dà a nord) che dovrò tenere il riscaldamento acceso per un po’.

Scendo dal letto, giro la valvola del calorifero, poi mi avvio verso il banco da lavoro. C’è un mucchio di roba, là sopra. Una stazione di carica ha riempito l’oggetto più importante — il cellulare — di abbastanza energia da durare la giornata. Lo accendo, inizio il giro delle notizie, apro Twitter.

Vedo questo.

Ci avrei dovuto fare il callo, mi dico.

E invece no.

Non mi è mai venuto il callo, in quel punto. Non so se mi verrà mai. Ogni sferzata, per quanto piccola, fa sempre uscire un po’ di sangue. Fa sempre male.

Non tanto per il singolo caso. Santo cielo, sì, anche per il singolo caso. Posso sopportare ogni schiaffo, ma non che lo schiaffo sia dato a una persona (morta, tra l’altro; nel modo e momento dunque più codardi) la cui intelligenza e il cui coraggio invidio e invidierò forse per il resto della vita; una persona molto migliore della stragrande maggioranza di noi, che meriterebbe ogni lode per il solo grandissimo merito di non essere rimasto con le mani in mano — e questo non è che uno soltanto dei suoi molti meriti. (Se volete un elogio fatto assai meglio, leggete quello di Cory Doctorow.)

Era una persona che ha cambiato le cose. Ma era innanzitutto una persona. Che anche se non avesse fatto nulla di tutto questo, per il solo fatto di essere umano, meritava rispetto, specie da chi avrebbe dovuto parlare della sua vita a chi non lo conosceva.

Ci avrei dovuto fare il callo. Ma questo. Questo. Questo è profondamente ingiusto.

(A questo punto mi fermo, respiro qualche secondo, perché non riesco a continuare. Riscrivo qualche paragrafo sopra mentre la rabbia cola dal mio cuore e la mente ritorna lucida.)

Voglio mettere nero su bianco qualche riga perché questo non è un caso isolato e perché riguarda me e riguarda tutti noi. È un’istanza terribile che è sintomatica del male che attanaglia la nazione tutta e che la sta uccidendo. E io voglio urlarlo anche se non cambierà niente perché se non lo facessi — se lasciassi correre, facendo battute sciocche su questa vicenda come altri han fatto e come altri han fatto in simili istanze — starei perpetuando la stessa ingiustizia.

OK, tenetevi forte.

Il mondo cambia oggi a un ritmo con cui non è mai cambiato da quando esiste. È normale andare a dormire la sera, forse quasi ogni sera, in un mondo interamente differente, in cui molte delle regole sono mutate. È normale che domani il tuo lavoro abbia profondamente cambiato natura e che quello che facevi ieri sia diventato irrilevante. È normale che le persone cambino modi e strumenti di rapportarsi ogni giorno. È normale che i sistemi che costruiamo, così complessi e veloci e distribuiti su tutto il globo, una volta lasciati andare accelerino oltre ogni capacità di prevederne lo sviluppo.

Aaron Swartz questo mondo di sistemi senza briglia lo sapeva navigare perché lui era un hacker. Non nel senso limitato e ottuso che dà alla parola la stampa italiana; non un criminale-spauracchio-essere-oscuro-e-incomprensibile. Aaron Swartz era un hacker perché era una persona in grado di comprendere, intimamente, come funziona un sistema, e da questa intima comprensione essere in grado di manipolarlo — spingere nel punto giusto, per la durata giusta, introdurre il giusto sassolino nel giusto ingranaggio — per fargli cambiare profondamente comportamento. Era in grado di tenere testa all'accelerazione dei sistemi perché aveva il talento, l’intelligenza e gli strumenti per stargli dietro. E dove gli strumenti non esistevano, li costruiva. Dove i sistemi non c’erano, o non erano sufficienti, li costruiva. Aaron Swartz era un costruttore e un cambiatore di cose (se mi perdonate il terribile neologismo).

E se a questo punto dite “beh non capisco cosa c’entri con la vita vera”, devo far notare che non sto parlando solo di sistemi informatici. Sistema è tutto quello che ha un insieme di regole, scritte o non scritte. Sistema è programmi che comunicano; sistema è ingranaggi in una macchina; ma sistema è anche persone in una società; denaro in un mercato; impiegati in un’azienda; esseri viventi in un ecosistema; pensieri e azioni in un corpo e una mente. Sistemi complessi.

Applica la giusta pressione e tutto cambia pure dove pensiamo che il cambiamento sia impossibile.

Non è una cosa moderna, in verità; anzi, noi italiani lo abbiamo addirittura come parte integrante della nostra cultura. Fatta la legge, trovato l’inganno, no? Sulla nostra capacità di vedere là dove gli altri ignorano, sulla furbizia e sull’intelligenza, basiamo parte della nostra identità nazionale. Eppure abbiamo tradito questa visione, e a furia di inganni e furbate tutto è diventato statico e fragile. Costringendo il nostro sistema-nazione all’immutabilità, lo abbiamo reso più ignorante, meno in grado di reagire, meno fertile. Dopotutto, perché spingere la gente a imparare se non le cambierà la vita (e non lo farà: i posti importanti sono già occupati)? Perché permettere a nuove aziende di fiorire se queste rischiano poi di prendere il posto di quelle grandi preesistenti? Perché fare azione politica quando un ricambio generazionale è impossibile?

Eccetera.

Questo è stato, per me, già sufficiente per andare via. Per quanto mi manchi casa, non posso rimanere sotto assedio per tutta la vita. Ma il problema non è solo questo.

Il problema è che chi ci vive, laggiù, pur con tutto il lamentarsi che c’è, questo non lo considera un problema. O, se lo considera, lo fa come si considererebbe una tempesta, un terremoto, il ritmo delle stagioni. La speranza di cambiare il sistema, in modo spaventosamente orwelliano, è morta e sepolta.

E questo giustifica ogni ignoranza verso ciò che è cambiamento. Un esempio: la tecnologia? Pfah! Non è certo parte del nostro sistema. E quindi la si ridicolizza, o la si tratta come una moda passeggera, o la si demonizza, nonostante questa sia parte integrante delle nostre vite. Sopra l’ingranaggio incombe il sassolino e la nostra macchina fa finta di niente, perché crede ciecamente che non possa essere scardinata. Intanto, però, il sassolino balla sulla grata e prima o poi cadrà di sotto, s’incastrerà. E non è che uno; di sassolini — di cambiamenti — ne arriva ogni giorno una valanga. Là fuori non c’è la calma piatta che ci ostiniamo a volere per sempre; ci sono solo rivoluzioni.

Ma nel frattempo il totale disprezzo per il cambiamento porta ad aberrazioni come quella del giornalista che, interamente ignaro di cosa abbia voluto dire la vita di una persona — una persona che vive in un contesto che per il suo pubblico di lettori è alieno quanto può esserlo per un misero uomo uno degli enormi esseri del mito di Chthulu — non si sforza nemmeno di fare della ricerca per capirlo. Schiaffi ai morti, senza rispetto. E per il sistema, il sistema tutto, non è accaduto nulla di grave.

Questa è una triplice tragedia. È la tragedia di una persona che scrive un pezzo terribile su una grande persona, una istanza personale. È la tragedia di una nazione dove questo è accettabile. È la tragedia di un Paese dove non c’è più la speranza che questo orribile stato di cose sia corretto. È tragedia di uno, tragedia di tutti e tragedia perenne.

E mi fa ancora più bollire il sangue che a farlo sia un giornalista, che è investito del duplice ruolo, nella nostra società, di capire e raccontare. Esiste un passato in cui il giornalismo poteva essere, grazie a chi giornalismo faceva, un motore per il progresso della società; spiegando, insegnava; cercando, scopriva; raccontando, portava alla luce.

Non più.

Quel manto è passato a persone coraggiose come Aaron Swartz, che col cambiamento vivono ogni giorno e con la loro intelligenza sanno dirigerlo, magari gettando il sassolino giusto nell’ingranaggio giusto.

 — firmato, ∞